Alcune note sulla questione Autistici/Inventati

Domini, infrastrutture e libertà: quanto controlliamo davvero i nostri spazi su Internet?

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Alcune note sulla questione Autistici/Inventati

Il 26 agosto il governo degli Stati Uniti ha designato il Collettivo Autistici/Inventati (in seguito anche A/I) come Specially Designated Global Terrorist, insieme ad altre organizzazioni legate alla sinistra radicale (scusate l'espressione, è per capirci). Qui trovate la rassegna stampa di A/I.

Il Collettivo Autistici/Inventati nasce in Italia nel 2001 con l'idea di mettere a disposizione dei servizi informatici liberi, con politiche molto precise sulla privacy e sulla conservazione dei dati. In un mondo dominato dalle grandi organizzazioni digitali l'idea di avere spazi liberi e non controllati è di per sé rivoluzionaria.

Per anni la mailing list de ilDeposito è stata ospitata da Autistici/Inventati, anche quella di altri progetti a cui ho partecipato.

Email, mailing list, hosting di siti, blog: sono questi i servizi che il Collettivo metteva a disposizione, alla condizione di condividere e rispettare le loro politiche di gestione. Tutti servizi gratuiti e autofinanziati. In particolare la piattaforma di blogging, noblogs.org, è utilizzata da centinaia di blog legati a movimenti locali, e non solo.

L'inserimento del Collettivo A/I nella lista citata ha avuto come conseguenza l'oscuramento del loro dominio principale e di tutti i servizi collegati (in alcuni casi sono stati ripristinati).

Ci tengo a segnalare due siti colpiti, legati al mondo di cui mi occupo: Antiwarsongs (Canzoni Contro la guerra) e il sito dell'Istituto Ernesto De Martino.

La volontà repressiva dell'operazione trumpiana è palese, trovo quasi superfluo soffermarmici. Vorrei invece evidenziare alcuni elementi forse meno immediati, a volte un po' tecnici, su cui dovremmo riflettere.

Qual è la conseguenza dell'atto del Governo USA?

L'inserimento di A/I nella lista Specially Designated Global Terrorist ha avuto come diretta e immediata conseguenza la chiusura dei servizi ad esso collegati. Il fatto che il Collettivo dichiari, giustamente, che la responsabilità dei contenuti di chi usa i servizi ricade sui rispettivi gestori viene ovviamente ignorato (ne so qualcosa, in quanto responsabile de ilDeposito). Ammesso che i blog ospitati da A/I avessero qualcosa di illegale (tutto da dimostrare), si è voluta colpire un'intera organizzazione, responsabile semplicemente di fornire servizi informatici liberi.

Come funzionano i domini internet

E a questo punto pongo la prima domanda: quanto possiamo essere veramente liberi quando usiamo servizi online? Il mondo di internet è fatto a strati. Quando noi apriamo il nostro browser e digitiamo www.cosmonauta.dev veniamo rimandati all'homepage di questo blog. Facile e lineare, ma non è così.

Mi sforzo di non entrare in tecnicismi. Noi sappiamo che ogni sito (ma anche ogni servizio online) ha un indirizzo, composto di due parti. Prendiamo ad esempio questo blog, il cui indirizzo è cosmonauta.dev:

  • .dev: dominio di primo livello, o Top Level Domain, e caratterizza il sito (esempio: .com siti commerciali, .org organizzazioni, .dev siti di sviluppatori e poi i vari .it, .es, .fr per indicazioni geografiche)
  • cosmonauta: dominio di secondo livello, il nome che vogliamo dare al nostro dominio

Il fatto che andando sull'indirizzo di questo blog voi vediate effettivamente questo blog, e non un altro, è dovuto all'acquisto del dominio da un registrar. Nello specifico, io sono andato su OVH, un provider europeo, e ho acquistato il dominio cosmonauta.dev. Avrei anche potuto acquistare cosmonauta.org, o .it o altro. Tutto dallo stesso provider.

Come funzionano i siti internet

Aggiungiamo un altro tassello: perché quando digito www.cosmonauta.dev vedo proprio questo blog e non un altro sito?
Dietro ogni sito (e ogni servizio su internet) c'è un server, ovvero un computer collegato a internet dove girano software che fanno cose. E ogni server connesso a internet ha un suo numero univoco, che si chiama indirizzo IP (che ha una forma tipo 192.0.2.123). Semplificando, il server è raggiungibile attraverso uno o più indirizzi IP, a seconda di come è configurata l'infrastruttura.

Quando io ho comprato il mio dominio ho anche detto al mio provider di far sì che, quando qualcuno digita www.cosmonauta.dev venga rimandato al mio server, col mio specifico IP. Quindi, ogni volta che voi usate questo blog, la vostra connessione a internet chiede la pagina del blog al mio server, che sa come rispondere.

L'associazione tra indirizzo e IP viene fornita dal DNS (Domain Name System), un servizio che associa il dominio all'IP e fa sì che internet funzioni. In genere, che si navighi da mobile o dalla fibra o da una rete Wifi, esiste un DNS di default, ma possiamo anche configurare i nostri dispositivi per usare DNS specifici (sulla privacy online scriverò in seguito).

Mettiamo insieme il puzzle

Abbiamo introdotto alcuni concetti:

  • domini di primo livello
  • domini di secondo livello
  • server
  • DNS

Aggiungiamone altri due, senza entrare troppo nei dettagli: il registrar, cioè il fornitore presso cui registriamo un dominio (nel mio caso OVH), e il registry, cioè l'organizzazione che gestisce un intero dominio di primo livello. Quando registro cosmonauta.dev attraverso un registrar, sto in sostanza ottenendo il diritto di utilizzare quel nome all'interno del dominio .dev. Il registry di .dev mantiene le informazioni necessarie perché quel dominio possa essere correttamente individuato nel sistema DNS.

Quanti di questi elementi introdotti sono controllabili da noi? Il dominio di primo livello (i vari .org, .com etc) lo posso scegliere. Anche il dominio di secondo livello (cosmonauta). Posso scegliere, come ho fatto, di avere un server che risiede in Europa. E il DNS? Posso usare quello del mio fornitore di connessione o posso usarne uno personalizzato.

Il problema che è venuto fuori è che noi non siamo in grado, di fatto, di controllare i domini di primo livello. Mi spiego. Esistono organizzazioni che sono responsabili dei domini di primo livello.

Esiste l'ICANN, un ente internazionale no-profit che in teoria coordina i diversi gestori dei diversi TLD (.org, .com, etc). Alcuni tra i TLD generici più diffusi e rilevanti, come .org, .com, .net e .dev, sono gestiti da organizzazioni statunitensi e ricadono quindi anche nell'ordinamento degli Stati Uniti, compresi i provvedimenti come quelli che hanno messo fuori uso i domini del Collettivo Autistici/Inventati. Se il TLD del Collettivo fosse stato .dev, .net, .com o altri non sarebbe cambiato niente: sono comunque domini gestiti da società che devono sottostare alle leggi USA.

Dopo la designazione statunitense, autistici.org è stato posto in stato serverHold a livello del registry .org, rendendolo non normalmente raggiungibile. Il nesso temporale è evidente; la catena formale che ha portato il registry ad applicare il blocco, per quanto ne sappiamo pubblicamente, non è stata invece chiarita nei dettagli. Facile e terribile. Anche perché questa decisione del governo USA potrebbe propagarsi, essere fatta propria da altri enti, alla faccia della libertà di espressione.

Che fare?

Anche in questo post, come nel precedente sul Fediverso, ripropongo l'annosa domanda che dà il titolo a questa sezione: che fare?

La soluzione non è semplice. Proprio perché, in un immaginario diagramma di flusso con cui rappresentare internet, l'uso dei domini è forse il primo tassello, o quasi. Ipotizziamo questo flusso reale:

  1. accendo il computer, mi connetto a internet, apro il browser e digito www.cosmonauta.dev
  2. il mio dispositivo chiede a un resolver DNS quale sia l'indirizzo corrispondente a quel nome
  3. attraverso il sistema DNS, la richiesta arriva alle informazioni autoritative relative a cosmonauta.dev
  4. viene ottenuto l'indirizzo IP del server a cui collegarsi
  5. il browser si collega a quel server e richiede la pagina
  6. il server risponde e finalmente vedo il blog

Posso scegliere quale resolver DNS utilizzare. Posso anche scegliere il registrar presso cui registrare il mio dominio e, scegliendo il dominio di primo livello, posso in parte scegliere sotto quale infrastruttura e giurisdizione collocarlo.

Ma c'è un livello che non controllo: la delega del mio nome all'interno del dominio di primo livello.

In altre parole: posso controllare il mio server, ma non posso controllare completamente il modo in cui il resto di Internet arriva al mio server.

Se un provvedimento porta il registrar o il registry a sospendere il mio dominio, cambiare il DNS configurato sul mio computer non serve. Il problema non è che il resolver si rifiuta di dirmi dove si trova cosmonauta.dev: è che, più a monte nella gerarchia, cosmonauta.dev non viene più correttamente delegato.

Il server può essere ancora lì, acceso e perfettamente funzionante. I suoi dati possono essere intatti. Ma il nome attraverso il quale tutti lo conoscevano non porta più a quel server.

Ed è questo il punto che mi interessa: possiamo controllare il server, i dati e buona parte del software che utilizziamo, ma non controlliamo interamente l'infrastruttura che permette al resto del mondo di raggiungerci attraverso il nostro dominio.

Personalmente ci sono dentro in pieno: questo blog è su un dominio .dev, l'altro progetto di cui sono responsabile è un .org (e ha un contenuto anche politicamente sensibile), quindi la cosa potrebbe toccarmi direttamente.

La soluzione più immediata potrebbe essere quella di evitare Top Level Domain che siano sotto il controllo di società statunitensi. I domini .it e, più in generale, molti domini nazionali sono amministrati da registry nazionali e ricadono in giurisdizioni diverse da quella statunitense.

Al di là della questione etica/estetica/politica di non volere un dominio .it o .eu, il problema è politico. Quello che è successo al Collettivo A/I è successo per volere del governo degli Stati Uniti. Se il Collettivo avesse avuto un dominio .it non sarebbe successo niente. Ma siamo sicuri che sia veramente così?
Possiamo pensare di addossare tutta la colpa all'amministrazione Trump, ma non ci sono motivi per pensare che, mutatis mutandis, un intervento di questo tipo non possa arrivare dal governo italiano, da quello francese o dall'Unione Europea. E saremmo punto e a capo.

Se gli organi che gestiscono i domini fossero realmente democratici non dovrebbe essere possibile quello che è successo. Al massimo l'amministrazione USA avrebbe potuto bloccare l'accesso ad Autistici/Inventati negli Stati Uniti. Non sarebbe stato giusto, figuriamoci, il problema che voglio mettere in evidenza è che la decisione del governo USA ha ricadute mondiali (e non solo informatiche).

Un effetto collaterale: la mappatura dei blog

La trasparenza e pubblicità (nel senso di pubblico) che caratterizza la politica del Collettivo Autistici/Inventati, che condivido pienamente, ha purtroppo una sorta di effetto collaterale: come riporta ilManifesto di ieri, è stata fatta una mappatura, pure geolocalizzata, dei blog della piattaforma NoBlogs. Una sorta di schedatura decisamente preoccupante, comodamente navigabile su mappa.

Usare l'intelligenza artificiale per operazioni di questo tipo è abbastanza banale, il punto è che tutti i dati pubblici possono essere raggiunti, collegati, catalogati e noi siamo in mezzo a tutto questo. Noi, i nostri dati, quello che facciamo e scriviamo. A partire, banalmente, da questo blog. E la situazione nei social network più famosi non è certo migliore, anzi.

Difendersi, purtroppo, è tutt'altro che semplice.